Così.

Ventisei anni (quasi). Mi sento un po’ vuota a volte a pensare che tra qualche anno avrò 30 anni. E cosa sono io? Dove sono? Mi sento ancora una 18 enne a volte. Lottando tra questa voglia di avere una vita adulta e questo bisogno di non esserlo ancora. Tutta la mia vita non è nient’altro che è una serie di castelli costruiti e campati per aria. Niente che rimanga, niente di concreto. Potrei averlo, ma al momento non ne ho la forza. Non so cosa non vada in me; perché mando a puttane sempre tutto?

nebbia e ricordi

Un po’ di fumo nella testa è giusto quel che ci vuole, accompagnato da un buon jazz. Ho ritrovato dei blog, di quando avevo 15 anni e, alcuni, di quando ne avevo 19. Rileggo la me 15 enne e non la riconosco per niente, dalle sue parole trovo solo dolore. Rileggo la me di 19, mi fa tenerezza. Dalle sue parole si riesce a intuire che è forte, molto, ma non se ne è ancora resa conto. Ho del gelato alla panna in frigo, ne prendo un po’ e ritorno ai miei 10 anni, a quelle mattine di maggio, quando chiedevo a mia madre di fermare la macchina in un bar, per poter prendere un gelato prima della scuola. Adesso mi ritrovo qui, a 25 anni, a fumare davanti al pc e a lasciare che la mia mente diventi annebbiata. Ho raggiunto una certa consapevolezza sul mio passato, sui miei problemi, sono una persona diversa, mi sono resa conto che alcuni li ho pure risolti, pensate un po’. Adesso un futuro lo voglio, solo sono un po’ spaventata, non so con chi, se non con me (ed è già qualcosa). Aspetteremo.

Io sono fiera di me.

Sì, posso dirlo: sono fiera di me. Sono fiera di ciò, di chi sono diventata, di cosa ho fatto per essere qui.

Ho passato una vita di merda, amicizie di merda, e adesso? Adesso sono qui, finalmente sono riuscita ad avere un posto anche io in questa merda di mondo, quindi sì: io sono FIERA di me.

Sono fiera di essere andata in una città dove non conoscevo nessuno e sono fiera di aver creato delle amicizie importanti anche qui, perché vuol dire che nonostante i pianti, nonostante le urla, nonostante i litigi, sono riuscita a farmi vedere per ciò che sono. Sono fiera di aver dimostrato chi sono realmente, sono soddisfatta di sapere che molte persone sono riuscite a capirlo e che, soprattutto, mi vogliono bene con tutto il loro cuore, con lo stesso cuore con il quale io combatto per ognuno delle persone a cui tengo, giorno dopo giorno. Finalmente l’amore che ho dato è lo stesso che ho ottenuto, in parte.

Perché sì, sono sempre io la prima a lottare, ma sapete la soddisfazione quando poi anche gli altri capiscono che è importante farlo? No, non avete idea. Sono cresciuta, cristo, quanto sono cresciuta! Sono maturata, sono… non lo so, in un certo senso ho raggiunto il nirvana, il mio, personale, piccolo, ma mi basta.

Non sono una persona perfetta: fumo, bevo, mi ubriaco, faccio e dico stronzate, ma dio, quanto è bello sbagliare a volte? Non avete idea, no. Perché ho capito che pure quello crea la vita, i ricordi. E’ forse questo crescere? Non lo so, ma sono felice di farlo, così felice che piangerei. Ho i miei problemi, e dio, li ho tutti… ma non mi importa, in questo momento, in questo istante, sì, in questo istante sono felice, e piangerei di gioia. Non so perché, probabilmente è il vino, ma pure questo mi da’ serenità in questo momento, quella pace interiore che ho cercato per anni, e l’averla raggiunta…sì, io, io che urlavo dolore, io che non avrei voluto non nascere mai, sì, io adesso sono forte, e lo urlo, cazzo se lo urlo, cazzo se pretendo di avere ragione, perché ce l’ho. Molte cose ancora non le capisco, ma mi va bene così, e dio…dio se è bello non capirle a volte le cose, ma vi rendete mica conto della bellezza che abbiamo fra le mani e non cogliamo? Vi auguro di aprire il cuore. Subito, in fretta, dovete farlo. L’amore vi riempirà, non di una persona, non di due, ma l’amore del mondo vi riempirà l’animo e, credetemi, non riuscirete più a farne a meno.

Un po’ di me.

Io soffro di anoressia, ma non allarmatevi, come dice il mio analista è “un’anoressia atipica”.
Già, atipica perché non sono nevrotica e, non essendosi attivata la nevrosi, non sono mai diventata uno scheletro. C’è da dire, soprattutto, che vado a periodi.

Ne soffrivo già da bambina. Ricordo mia madre pregarmi per mangiare, imbottirmi di pappareale per farmi venire un po’ di appetito, portarmi dalla bisnonna il pomeriggio e, in quei periodi, unico luogo dove riuscivo a mangiare. Ricordo ancora: pane e prosciutto, pasto semplice, però il sapore non lo dimenticherò mai.

Poi, crescendo, ho avuto un periodo in cui ho iniziato a mangiare tantissimo e, di conseguenza, sono ingrassata tantissimo.

Gli anni dell’adolescenza sono stati difficili, a 17 anni ho iniziato a non mangiare più. Ricordo ancora quando lo scoprì: avevo appena avuto la mononucleosi, non mangiavo da tre settimane, il medico era indeciso se farmi ricoverare o meno. Una volta guarita, andai in giro per negozi e provandomi vari capi di abbigliamento mi resi conto di essere dimagrita, c’era M. con me, che anni dopo mi confessò “non ho mai visto il tuo sguardo così felice come quel giorno”. Solo che quel giorno io pensai “Tutto qui? Si dimagrisce così facilmente?” e allora smisi di mangiare, ma mentre da bambina era un fattore più nervoso e inconsapevole, lì ero consapevole della mia scelta. Io scelsi di non mangiare. Ricordo ancora i dolori allo stomaco, i crampi, fitte atroci, dopo una settimana e qualcosa di non-cibo. Ricordo ancora i sogni: tutti gli stessi. Tutti sul cibo. Ricordo ancora le otto volte in cui mi andavo a pesare: mattinata – mezza mattinata – prima di pranzo – dopo pranzo- pomeriggio – prima di cena – dopo cena – prima di andare a dormire. Annotavo tutto: grammi, calorie, tutto. Facevo il conto: i primi tempi non erano più di 500, a poco a poco andarono a calare, fino a quando non diventarono 0 o poco più. Poi, dopo mesi, arrivò il momento del masticare il cibo per sentirne il sapore, per poi sputarlo. Di nascosto, continuamente. Poi arrivò il momento del vomito, ma attenzione: non era bulimia, è sempre anoressia, ma in molti non ne sono consapevoli. Perché io non mangiavo 2000 calorie, come le bulimiche, ma molto meno. Se mangiavo un cucchiaio di risotto era accettabile, due no: mi sentivo in colpa e andavo subito a vomitare.
Per non parlare dei tagli, ogni estate adesso li vedo, sembrano un po’ dei graffi del mio gatto però, almeno la gente non li nota, ma io so.

Poi sono tornata a non mangiare, alternando le settimane. Poi, pensavo di esserne uscita, ma la verità è una sola: è una malattia che cresce con te e non l’avrai mai sconfitta del tutto, te la porti sempre dietro, fa parte di te.

Allora, io dico adesso “sono un’anoressica atipica”, senza vergognarmi di ciò. Esternamente non si vede mica. Adesso mangio normalmente, in modo equilibrato. Nonostante ciò, sono tornata come da bambina, ovvero a volte non riesco a mangiare. Non è che non voglio, o che voglio dimagrire, no, non è niente di tutto questo. Io non ci riesco, è diverso. Perché non sento appetito, non mi va. Poi, ci sono giorni, in cui mi innervosisco e divento ansiosa, e allora -ancora- vomito. No, non mi taglio più. No, non prendo a pugni il muro (o almeno: raramente). Adesso sono più forte, questo senza dubbio. Eppure continuo a non riuscire a mangiare. Ma il pane e prosciutto della nonna non ci sono più adesso.

A volte ritornano

“Sai, c’è un tipo che è uguale a te, non in tutto, cioè ti somiglia. Un po’ mi da fastidio, insomma: come si permette di somigliarti? Con che diritto? Insomma, mica lui è te, non può farlo, non credo sia giusto”

Inizia così la conversazione, con una serie interminabili di ricordi e racconti con un caro vecchio amico, per poi concludersi con
“Tu lo sai bene: tu sei stupenda, e chi non l’ha capito, chi fa il mio stesso errore (che rimpiango da ben 10 anni, e non passa giorno in cui io non mi maledica per questo) di lasciarti andare, è solo stupido.”

Poche, piccole parole di una persona che so che veramente mi vuole bene. Piccole parole, reali, di pentimento, quel pentimento che ti uccide l’anima. Io lo so che è sincero. Lo so bene che mi cerca in tutti gli sguardi del mondo senza trovarmi.

“Capisco che ti dia fastidio che lui sia me. Anche a me darebbe fastidio averti davanti, avere davanti una uguale a te fisicamente, per poi rendermi conto che no, non sei mica tu quella, che non potrà esserlo mai, purtroppo.”

Poche, sincere parole. Poche e sincere, come quello sguardo quando mi incontrò per caso una sera, a Roma, e mi strinse la mano guardandomi negli occhi, con uno sguardo che diceva più di quello che avrebbe voluto dire, o forse più di quello che le parole potevano dire. Io, quello sguardo, non me lo scordo mica.

“Io non mi apro più con nessuno, non mi sento a mio agio con nessuno. In mezzo a mille palle di merda, la palla colorata, bella, unica e vera, eri tu, e io mica l’ho presa. Il destino ti mette davanti delle scelte, quando poi fai quelle sbagliate, le paghi tutte. Le paghi sempre, le scelte sbagliate, giorno dopo giorno. Non te la perdona mica, il destino, o karma che sia. Si paga tutto, sempre.”

E ancora

“Ci penso spesso. Penso che in quei 25 minuti sono stato con quello di più vicino che c’era all’idea di anima gemella che potessi avere, dieci anni fa.  Non so se esiste, non so cos’è, ma di certo, per me, tu c’eri vicina. Perché io sto sempre lontano da tutti, non mi fido di nessuno, allontano pure mia madre… Invece con te no, con te è diverso. Ogni volta mi sembra di parlare a me stesso. Con te io posso essere me stesso e, in quei 25 minuti, io ho sentito come sarebbe potuto essere. Rimpiango ogni minuto che non faccia parte di quei 25.”

Ecco, la vita è questa. Passano anni, poi, senza avvertirti neanche, ti sorprende, con piccole cose, perché tutto torna.

“E’ bello vedere che sei cambiata, sei cresciuta, sei diversa, però in fondo sei sempre la stessa persona stupenda, se non di più.”

E io lo so bene che queste parole sono sincere, senza doppio fine, perché entrambi sappiamo che 10 anni sono tanti, che abbiamo delle vite diverse, delle persone diverse affianco. In fondo lo sai pure tu che il mio posto adesso non sarebbe stato con te, ma con la persona con cui sto adesso e, in fondo, io dentro di me l’ho sempre saputo. Però c’è la consapevolezza, questo rende tutto con un sapore più dolce.

E dato che la vita non finisce mai di sorprenderti, arriva la sera e viene un ragazzo che non conosci, spunta a casa tua a far festa con te e i tuoi amici, e lui rimane in silenzio, forse per il troppo alcol, a fissarti. Ti avvicini e gli chiedi se va tutto bene, e lui risponde “sì, va tutto bene. E’ che io ti conosco già da anni.”, tu non capisci e ne chiedi il senso, e lui risponde “sì, io ti ho vista già quattro anni fa, sai… Tu…insomma…eri un po’ più cicciotta di adesso, ma io mi ricordo di te.” allora ridi, e cerchi di fargli capire con una battuta che non è per questo che si ricordano le persone, e lui continua “no, ma io ricordo che tu ti frequentavi con questa persona, io ho molta stima di lui, sai.”, allora lo guardi, diventi seria e dici “io ho sempre parlato bene di lui, penso sia una persona introversa, parla poco ma pensa tanto, soprattutto sente tanto e non lo dice, ma è un bravo ragazzo.” e lui risponde “sì, lo è. Sappi che lui, quando parla di te, non ne parla mai male. Parla sempre bene di te.” allora lo guardi, in silenzio, e sorridi, perché lui non lo sa, ma ti ha fatto un piccolo dono. Ti ha fatto un piccolo dono perché, dentro di te, non credevi che una persona potesse parlare di te, figurati bene. Ti ha fatto un piccolo dono, perché per quanto, in realtà, non ti importi più di tanto di quella persona, ti fa piacere sapere che sei riuscita a lasciare un bel ricordo. Ti ha fatto un piccolo dono perché, in fondo, sono anche queste piccole particolarità della vita, che ti sorprendono, e ti fanno un po’ sorridere quando accadono, quando ritornano, dopo anni. Allora riempi il bicchiere, versi dell’altro vino anche nel suo, fai un piccolo brindisi e continui la serata.

Partenze

Era da un po’ che non prendevo un treno per un viaggio oltre le due ore; insomma, qui si parla di tre e mezza, ma mi piace comunque. Amo andare in treno, vedere i paesaggi, essere cullata dal movimento che prende sulle rotaie, quelle dolce scosse, quasi a cullare l’anima.

E via: occhiali per osservare senza essere notata, presa per evitare che si scarichi il cellulare, cuffie e musica per farti compagnia.

Ricordo quando avevo 17 anni: mi trovavo a Vicenza, ero con Matteo. Quel giorno presi per la prima volta il treno, andammo a Venezia. Ero così eccitata, non avevo mai preso un treno, ricordo pure che Matteo era sconvolto da questa affermazione. Ma certo, non ero mai uscita fuori dalla Sicilia, che treno avrei dovuto prendere li? Dove per fare da CT a PA il viaggio dura otto ore? E chi c’è stata mai a PA tra l’altro?

Ricordo la mia depressione a 16 anni, la mia voglia di viaggiare, vedere il mondo, e l’idea che non sarei mai e poi mai andata oltre Messina, perché non mi sarebbe mai stato permesso, credevo. Credevo che mai e poi mai sarei andata a vivere al nord. Matteo è stato il mio inizio, lui mi ha aiutato a credere che le cose non sono impossibili se le si vuole davvero. Adesso sono qui, da quattro anni fuori sede. In una città dove no conoscevo davvero nessuno, adesso conosco il mondo, e non so neanche come ho fatto a conoscer tutti, a farla diventare un po’ casa mia. Forse si tratta semplicemente di carattere. Sì. In questi anni ho potuto vedere lati di me che prima non conoscevo affatto. Sono contenta della donna che sono diventata.

Sailor moon

Ennesima notte insonne e l’ultima puntata di sailor moon crystal, oltre al farmi piangere (sì, va bene? qualcosa in contrario?) mi ha riportata all’infanzia.

Era il 1995, andavo in prima elementare. I ricordi che ho, sono tra i pochi belli, sparsi, ma belli. Ricordo l’autunno, la pioggia e me con la bocca aperta e la lingua di fuori per cercare di prendere le gocce d’acqua. Il profumo dei libri di scuola appena comprati, dei colori, dei quaderni: che gioia. Insieme al natale e alla pasqua, penso fosse il periodo più bello che aspettavo con ansia ogni anno. Il mio primo giorno di scuola, non andai, era il mio compleanno, andai il secondo e arrivai in ritardo, come ogni giorno. Aprì la porta piano (come ogni giorno, ricordo che la maestra disse che mettevo ansia) ed entrai impaurita e un bambino si alzò urlando il mio nome: era il mio vicino di casa. Non ricordo altro di quel giorno. Ero una bambina speciale, particolare: non parlavo molto, avevo sempre paura di dire qualcosa di sbagliato che mi facesse etichettare come “strana” (cosa che accadde nuovamente alle superiori). Mi perdevo nei cartoni, nelle loro storie, sognavo di essere quel personaggio (adesso accade lo stesso, con i film e le serie TV. E’ proprio vero che da adulti siamo i bambini che  eravamo a sei anni). Ho sempre avuto i capelli lunghi, lunghissimi, fino al sedere. Un giorno chiesi a mia madre di farmi i capelli come lei: Usagi (alias Sailor Moon). Io potevo, non avevo bisogno di stupide parrucche bionde. Certo, ero castana, ma andava bene lo stesso. Ricordo ancora le prese in giro, tornai a casa vergognatissima. I bambini non conoscono la cattiveria, motivo per cui riescono ad esserlo più degli adulti. Disegnavo sempre sailor moon, dalla mattina alla sera, tutti i miei disegni erano ispirati a lei: era l’unica cosa che riuscivo a disegnare bene. In terza elementare partecipai ad un concorso della despar, avrebbe vinto il miglior disegno, non ricordo neanche “cosa” si vinceva. Disegnai, al solito, sailor moon, ma mio padre mi sgridò dicendo di disegnare qualcos’altro, così feci il papero amico di calimero, quello verde, per intenderci. Ma torniamo ai miei sei anni, che sono quelli che ricordo maggiormente. La sera del mio compleanno mio zio suonò in piazza nel mio paese con la sua cover band dei police, ricordo “De do do do de da da da”, forse la canzone più stupida dei police. Non ricordo il natale di quell’anno, ricordo dei “natali”, ma non gli so dare un periodo temporale. Soffrivo tantissimo a sei anni, non so perché sia il periodo che ricordo di più in effetti. Che sia chiaro: anche gli altri anni non era meglio la situazione. In classe ero amica di quelli “sfigati”, non ero di certo tra quelli “in”. C’era solo un bambino di quel gruppo con cui ero amica, ma perché eravamo i migliori a disegnare e quindi le maestre ci facevano fare sempre i lavori insieme. Ricordo che soffriva d’asma e che aveva sempre le mani umide, sudate e rosse. C’erano altri due bambini con cui ero molto amica, ed infine mi ero intrufolata in un gruppo di tre bambine, ma solo con una di loro ero davvero legata, le altre due sono sempre state loro e basta (fino ad ora stanno sempre insieme, da come ho potuto notare su FB). Ricordo la macchina di mio padre: una Y10 verde scuro. Uno dei miei sogni ricorrenti era ritrovarmi alla guida di quest’auto, sola, impazzita; non riuscivo mai a tornare a casa, mi svegliavo sempre a metà. Ho smesso di fare questo sogno quando un giorno (durante gli anni delle elementari) sono riuscita a mettermi al volante e a guidare. Adesso, da adulta, posso rendermi conto di come mi dovevo sentire sola. Facevo la pipì a letto e, anche a quei tempi, non dormivo la notte se non quando crollavo; ero sempre l’ultima, mi addormentavo intorno alle 3-4. Ho sempre fatto un sacco di assenze, e questa “pecca” me la sono portata fino alle superiori. Avevo una babysitter, ma non la ricordo in viso. Mio padre stava poco a casa, lavorava sempre fuori; mia madre non lo so, lei racconta sempre di un lavoro ma io non lo ricordo, ricordo solo che dormiva e che andavo da lei a chiederle di giocare perché mi annoiavo, ma lei continuava a dormire (ho pure trovato un disegno della prima elementare, le maestre ci chiesero di disegnare la nostra famiglia: io disegnai me, mio padre e mio fratello da una parte, mia madre dalla parte opposta del foglio con le “zzzZzz” sopra la testa). Di notte, però, andavo nel letto con lei la maggior parte delle volte, avevo troppa paura di rimanere sola; però ricordo che ero piena di rabbia nei suoi confronti, non ricordo il perché. A volte vorrei poter avere una videocassetta, un dvd, qualcosa insomma, della mia vita. Vorrei ritornare a quel periodo, ma non per viverlo in prima persona, bensì per guardarlo passare, forse mi aiuterebbe a capire molte, molte più cose. Penso mi aiuterebbe a capire anche come sono adesso e perché.

Prima ho scritto che noi, da adulti, in realtà siamo i bambini che eravamo a sei anni. Lo ripenso e lo confermo. Noi siamo quelli, da adulti ci adattiamo al mondo, ma il nostro “vero” io è quello. Tutt’ora, se potessi farlo, starei sola a disegnare per ore, invece di interagire stupidamente con la gente che ho attorno e con cui in realtà, a volte, non ho neanche voglia. Tutt’ora, se qualcuno mi fa notare una mia stranezza, o mi corregge se sbaglio qualcosa, mi chiudo subito in me stessa e sento come un peso sullo stomaco, come quando ero bambina. Ritorno in un attimo ad avere sei anni, non riesco ad uscirne.

Adesso ho 25 anni, ma come si fa a crescere? Come si cresce? A volte rivorrei la vita a cui sono stata obbligata a dire addio: la mia casa, la mia famiglia, il mio paese. Forse sarei cresciuta in modo migliore se le cose non fossero andate in un certo modo, se non mi fossi traferita, se i miei stessero ancora insieme. Forse avrei avuto una legge morale interiore e degli ideali giusti senza dover andare da un’analista per “sistemarmi”. Forse molti sbagli non li avrei commessi e adesso non mi sentirei in colpa per quell’adolescente sperduta e stupida che sono stata ma che, grazie a dio, ho smesso di essere. Il mio analista mi ha salvata, non smetterò mai di dirlo.

Forse questo è migliore come primo post. Facciamo cambio?